dante & faenza2021-07-12T11:34:29+02:00

dante & faenza

Questa sezione è a cura del prof. Stefano Drei, che il Comune di Faenza ringrazia per la collaborazione.
Uno studio completo su questo tema, a firma del prof. Drei, sarà pubblicato nel corso del 2021 sul Bollettino della Società Torricelliana.

incisione per le celebrazioni dei 600 anni di dante

Archivio Fototeca Manfrediana.
VI Centenario della morte di Dante (1921),  Illustrazione con il ponte delle Torri,
Disegno di Francesco Nonni, Donazione G. E. Ghinassi

Faenza è certamente una delle città più note a Dante Alighieri, che nella Divina Commedia cita diversi personaggi faentini o collegati con Faenza.

Maghinardo Pagani da Susinana, all’epoca signore di Faenza e di Imola, è citato sia nell’Inferno che nel Purgatorio:

Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.
(Inferno, 27, 49-51)

Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.
(Purgatorio, 14, 118-120)

Maghinardo Pagani era cognato di Lottieri della Tosa, fiorentino, all’epoca vescovo di Faenza.

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Tebaldello Zambrasi

“Tebaldello, / ch’aprì Faenza quando si dormia”
(Inferno, 32, 132-133).

Il 13 novembre 1280, Tebaldello apre a tradimento Porta Imolese ai Geremei e loro alleati guelfi, consentendo loro di fare strage dei ghibellini.
Cantinelli racconta così l’episodio (ma il passo è molto più lungo): “La mattina di mercoledì 13 novembre dell’anno corrente [1280], nelle prime ore del mattino, prima ancora che si facesse giorno, spezzati i ferri e i legni di Porta Imolese, fece entrare in Faenza Fantolino e Tano figli del defunto messer Ugolino dei Fantolini, castellani di Sassatello, il conte Bernardino di Cunio, frate Alberigo e Manfredo Manfredi, il signore [di Ravenna] Guido da Polenta, i Nordigli di Imola, gli appartenenti alla fazione dei Geremei di Bologna con tutti i seguaci di ciascuno di loro. E tutti costoro, irrompendo in città come leoni avidi e protesi alla preda, uccisero con la spada quanti più poterono, altri ferirono e altri chiusero in carcere, cacciando, espellendo, mettendo in fuga tutti gli Accarisi e i Lambertazzi, dei quali qualcuno era armato, alcuni inermi, e molti senza nemmeno addosso abiti e calzari.”
È stato ipotizzato che Dante abbia conosciuto personalmente Cantinelli.

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Frate Alberigo Manfredi

Dante gli dedica la seconda parte del Canto 33 dell’Inferno; è l’ultimo dannato dell’Inferno con cui Dante parla.
L’episodio delle frutta del mal orto è famosissimo. La strage avvenne alla Castellina di Pieve Cesato. Sappiamo che dopo la strage, Alberigo si rifugiò nel Castello di Oriolo (Oriolo dei fichi). Alberigo morirà nel 1302 a Ravenna e sarà sepolto a San Francesco (la stessa chiesa dove sarà sepolto Dante).
Dal cugino di Alberigo e suo successore Francesco Manfredi inizia la dinastia dei signori di Faenza.

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Nel canto XIV del Purgatorio, vengono evocati dieci romagnoli delle generazioni precedenti. Di essi, quattro hanno a che fare con Faenza:

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d’Azzo che vivette nosco, (…)

Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
è ‘l nome tuo, da che più non s’aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro.

Bernardin di Fosco è citato in documenti faentini della prima metà del Duecento, anche se di lui non vi sono mole informazioni.
Anche di Guido di Prata (Prada – Russi) sappiamo poco e così pure di Ugolino d’Azzo Ubaldini, che comunque gli antichi commentatori connettono con Faenza Ugolino dei Fantolini era conte di Cerfugnano (Zerfognano, Brisighella).
Per tutti e quattro questi personaggi, ci sono voci ben documentate nell’Enciclopedia dantesca.

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San Pier Damiani

Nel Paradiso, c’è tutto il canto di San Pier Damiani (XXI), che nacque a Ravenna, ma morì a Faenza dove aveva anche compiuto gli studi.
Sepolto in Duomo (la lapide sulla facciata fu collocata in occasione delle celebrazioni del 1921-22), ai tempi di Dante era sepolto nella chiesa di S. Maria Vecchia.

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Inoltre, nel De vulgari eloquentia Dante parla di Faenza due volte:

La prima volta (I, IX, 4), Dante sta segnalando le differenze fra i volgari parlati in città e località italiane, anche assai vicine fra di loro. Indica tre esempi: differiscono nel parlare i napoletani dai gaetani, i ravennati dai faentini e perfino i bolognesi di Borgo San Felice dai bolognesi di Strada Maggiore.
Dunque, alla data di composizione del trattato (1303-1305), Dante aveva un’esperienza diretta del dialetto faentino.

La seconda citazione (I, XIV, 2-4) si inserisce nella trattazione sistematica dei volgari italiani. Il romagnolo, secondo lui, si segnala come una lingua particolarmente effeminata, sia per lessico che per pronuncia (sic!). Questo, secondo lui, appare particolarmente evidente quando si sente parlare un forlivese. Si salvano però due poeti che nei loro componimenti hanno saputo emendarsi da tale difetto: sono Tomaso e Ugolino Bucciola, faentini.
Di Ugolino Bucciola abbiamo solo un paio di poesie, ma sappiamo che era il figlio primogenito di Alberigo Manfredi (quello delle frutta del malorto, vedi sopra).
Di Tomaso sappiamo solo che era notaio, di lui abbiamo sette poesie.

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Infine, per quanto riguarda la presenza di Dante a Faenza, abbiamo un paio di episodi:

  • un documento redatto nel 1289 presso il vescovado di Faenza, dove appare un Dante testimonio che per diversi indizi sembrerebbe essere lui.
  • nella primavera del 1303 sappiamo che si incontrarono a Faenza i rappresentanti di città romagnole e i fuoriusciti bianchi della Toscana. Sarebbe molto strano se non ci fosse stato Dante.

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